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Laura Silvia Battaglia ci racconta l’Iraq e lo Yemen

Quando è nata la tua passione per gli esteri? Quali sono i Paesi che hai visitato negli ultimi anni? 

Credo sia nata nel lontanissimo 1991, durante il mio primo viaggio in Oriente, Turchia. Avevo 17 anni. Poi ho aspettato altri 15 anni per raccontarlo. Il primo Paese del Medio Oriente in guerra che ho raccontato era il Libano e ho lavorato in tutti i Paesi del Maghreb, Mashrek e Golfo, esclusi Algeria, Bahrein e Oman, compresi alcuni Paesi di area indo-iranica (Iran, Afghanistan). Negli ultimi cinque anni ho deciso di raccontare soprattutto i Paesi che già conoscevo di più: l’Iraq sunnita e sciita (non il Kurdistan iracheno) e lo Yemen. Ho fatto una rara eccezione per l’Egitto, visitato per l’ultima volta durante i funesti episodi del massacro di Rabaa al Addawyia, nell’agosto 2013.

 Perché hai scelto la scrittura ma anche i video per raccontare il mondo?

Perché il linguaggio del documentario è splendido ed è un linguaggio del nostro tempo. E poi perché, come San Tommaso, la gente se non vede non crede. Specie in tempi di informazione drogata, falsa, raffazzonata.

Nel 2015 hai girato e prodotto il documentario “Le voci del Tigri. Viaggio nella terra dei fiumi”, diario di viaggio di una navigazione eccezionale sui fiumi della Mesopotamia. Cosa ci puoi raccontare di questa terra e di questo popolo?

E’ la culla dell’umanità, un crocevia di etnie unico al mondo. E’ il luogo dove sono state inventate la ruota, la scrittura cuneiforme, le tavole della legge. E’ un luogo di incredibile bellezza, proprio grazie all’ecosistema fluviale che, nelle paludi del Sud, raggiunge picchi di poesia incredibili. Ma nessuno lo sa o se ne ricorda. L’Iraq è diventato il buco nero del Medio Oriente, la terra infuocata che vomita terroristi, il banco di prova di ogni vendetta tra Medio Oriente e Occidente e tra potenze regionali emergenti; tra sunniti e sciiti. E’ un luogo che amo la cui maledizione è stata, ed è ancora, il suo immenso patrimonio petrolifero e l’altrettanto straordinario sistema fluviale.

Il tuo ultimo documentario è  “Stop traffic in the city”. Puoi dirci che tipo di traffico hai raccontato? La guerra in Yemen è stata sottovalutata, dimenticata, incompresa. Perchè? 

E’ un lavoro investigativo sui bambini yemeniti trafficati tra lo Yemen e l’Arabia Saudita, principalmente per lavoro minorile e per spaccio di droga. Un fenomeno ingente, che ho documentato al 2014. La guerra ha peggiorato la situazione a causa, paradossalmente, della chiusura dei confini di terra. Sembrerebbe che i bambini continuino ad essere trafficati via mare, dal porto di Mukalla, seguendo anche una rotta che porta a Djibuti. Ma non sono in grado attualmente di darne conferma con evidenze chiare. La guerra impedisce di portare a fondo altri tipi di investigazioni e le condizioni di sicurezza sul territorio sono pessime. Questo è anche uno dei motivi per cui la copertura della guerra è inferiore in quantità ad altre, come la Siria, ad esempio: difficile per giornalisti stranieri raggiungere il posto e per i locali fare reporting senza incorrere in pericoli gravissimi. Inoltre, è una guerra in sordina: su questo territorio, senza tanti clamori, viene permesso all’Arabia saudita di mostrare i muscoli, facendone il suo sfogatoio, e all’Iran di approvare non troppo nascostamente l’azione dei ribelli houti che si ispirano ad Hezbollah e che fanno parecchio comodo all’Iran.

Poiché ci sarà anche un’introduzione alla cucina yemenita ti chiedo: che valore ha la cultura culinaria per popolo? E per un popolo in guerra?

Ha un valore grande, come in tutte le culture. Il cibo è condivisione e accoglienza. Nel caso specifico, assaporando i gusti della cucina yemenita, ci si rende bene conto come riassuma in modo assolutamente personale il suo essere crocevia tra il Corno d’Africa, l’India e il Golfo, dunque la sua posizione geografica estremamente strategica che favorì il commercio delle spezie, del caffè, degli argenti. Per un popolo in guerra ha un valore doppio: il cibo è vita e quando c’è guerra è una delle poche cose che restano, se restano.

Sei una delle poche giornaliste che conosco ad aver costruito pezzo per pezzo la sua professione da indipendente. Ci puoi dire 2 vantaggi e 2 svantaggi della vita da  freelance?

Vantaggi: libertà e versatilità. Vale a dire che non ho nessun padrone ma molti clienti e a nessuno do l’esclusiva. Decido io cosa fare, come e per chi, interagendo con i clienti e con le loro esigenze. Svantaggi: incertezza e vulnerabilità. Nel caso di una malattia, di una situazione eccezionale ma anche di un lieto evento che assorbe quasi completamente, come una gravidanza, non c’è alcuna rete di protezione alla propria sopravvivenza. E’ come vivere costantemente su un autobus che si muove in città e potrebbe sbattere contro qualche auto parcheggiata male in una traversa.

Cosa diresti a chi si affaccia alla professione oggi? E ai colleghi che hanno difficoltà a vivere di giornalismo?

Dico sempre di preoccuparsi di avere una formazione di altissimo livello e se hanno denaro e disponibilità di andare a formarsi in Inghilterra e/o negli Stati Uniti o in Canada. Dico di parlare e scrivere in almeno 4 lingue, di cui una non europea e di pensare in lingua inglese, perché i media più seri sono in questa lingua e si riferiscono a un mercato globale. Dico di avere una competenza in verticale su un tema specifico inappuntabile, ma di essere pronti e disposti a lavorare con tutte le tecniche a disposizione, di essere molto versatili nelle competenze orizzontali.

Ai colleghi che hanno difficoltà, e intendo soprattutto i colleghi italiani, dico di affiancare al lavoro giornalistico un altro lavoro, magari nel settore della comunicazione o dell’istruzione e farlo diventare la base della propria sussistenza. E’ un dato di fatto che oggi, chi soffre di più il giornalismo fatto male, sono i redattori stessi, stretti tra tempistiche impossibili e richieste aberranti da parte degli editori. Si fanno il fegato marcio e guardano chi è fuori, invidiandone la sua libertà da non impiegato, nonostante siano consapevoli di godere di alcuni privilegi economici residuali. Invece, il giornalismo ha bisogno soprattutto di gente che ci crede, energica, motivata, attiva, convinta che il giornalismo abbia una funzione sociale e che possa essere ancora il cane da guardia, e non il cane da compagnia del potere.

Sei venuta in Lussemburgo nel 2012 per l’evento dedicato a Maria Grazia Cutuli “Dove la terra brucia“. Che ricordo hai del Paese che ci ospita? 

Ricordo bene la stazione, le campagne, l’università, il ponte, l’atmosfera del centro. Mantengo il ricordo di una gemma placida incastonata nel verde.

Leggi anche Omaggio a Maria Grazia Cutuli (1). Ne parliamo con Laura Silvia Battaglia, qui

Paola Cairo

 

L’intervista è stata realizzata in occasione della proiezione dei documentari e delle conferenze tenute dalla giornalista presso il Circolo ricreativo e culturale “E. Curiel” di Lussemburgo, il 7 dicembre l’ 8 dicembre 2016.

 Chi è Laura Silvia Battaglia

Biografia di Laura Silvia Battaglia (1974) Giornalista professionista freelance e documentarista, è nata a Catania e vive tra Milano e Sanaa (Yemen). Corrisponde da Sanaa per l’agenzia video-giornalistica americano-libanese “Transterra media”, e per gli americani “The Fair Observer”, “Guernica magazine”, “The dialogue chronicle”. Per i media italiani, collabora stabilmente con quotidiani di carta stampata (Avvenire, La Stampa), network radiofonici (Radio Tre Mondo, Radio Svizzera Italiana, Radio Popolare, Radio Radicale, Radio In Blu), televisione (Rai Tre Agenda del mondo, Rainews24), magazine (D Repubblica delle Donne, Popoli, Lookout, Longitude#33, Eastmagazine), agenzie (Redattore Sociale), siti web (Tgcom, Lettera43). Ha iniziato a lavorare nel 1998 per il quotidiano “La Sicilia” di Catania. Dal 2007 si dedica al reportage in zone di conflitto (Libano, Israele e Palestina, Gaza, Afghanistan, Kosovo, Egitto, Tunisia, Libia, Iraq, Iran, Yemen, confini siriani). Ha girato, autoprodotto e venduto cinque video documentari. Il primo, “Maria Grazia Cutuli. Il prezzo della verità”, ha vinto il premio “Giancarlo Siani” 2010. Sono seguiti i premi “Maria Grazia Cutuli” e “Giornalista del Mediterraneo” nel 2013. Dal 2007 insegna al Master in Giornalismo dell’Università Cattolica di Milano.

(Fonte: Ufficio stampa – Associazione Culturale Caffè dei Giornalisti Elisa Gallo – t. 328.7355957 – press@caffedeigiornalisti.it www.caffedeigiornalisti.it)

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Donne e Resistenza: 70 anni dopo

Quest’anno i festeggiamenti per il 25 aprile assumono un significato più profondo: sono passati 70 anni dal 1945, anno della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Un anniversario importante, un motivo in più per non dimenticare e tener viva la memoria del coraggio delle donne che hanno combattuto, al pari degli uomini, per gli ideali della libertà e della democrazia del nostro Paese.

La Resistenza delle donne non è stata uguale a quella degli uomini e, per molto tempo è rimasta avvolta nel silenzio. Le foto delle partigiane col fucile alle spalle oggi sembrano scontate, ma per anni non hanno neppure circolato. Solo negli Anni ‘70 la storiografia ha cominciato ad occuparsi di questo aspetto particolare della nostra storia e sono stati pubblicati libri di testimonianze e saggi per mano di storiche e politiche, come per es.: La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, Laterza, 1976 e Compagne di Bianca Guidetti Serra, Einaudi, 1978. E anche Breve storia del movimento femminile in Italia di Camilla Ravera, Editori Riuniti, 1978 tutti libri che hanno aperto la strada alla riconoscimento della presenza femminile nella narrazione pubblica della Resistenza.   Finalmente, oggi, si può parlare liberamente del ruolo assunto dalle donne italiane in una delle pagine di Storia italiana tra le meno conosciute e più controverse.